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Che fine ha fatto - Marco Motta

di Alessandro Pau

Una carriera lunga e variegata, molte maglie indossate e tanta passione: così, in breve, si potrebbe descrivere l’avventura nel mondo del calcio del protagonista odierno di Che fine ha fatto, l’ex terzino giallorosso Marco Motta.

Allontanatosi dal suo nido natale, quello dell’Atalanta, si alterna tra Udinese (3 stagioni totali) e Torino (unica annata 2007/08), prima del grande salto alla Roma, dove approda il primo febbraio del 2009 in prestito gratuito con un’opzione sulla comproprietà. Nei 5 mesi a disposizione convince la società giallorossa a versare 3,5 milioni di euro nelle casse dell’Udinese per la metà del suo cartellino, anche grazie a quella doppia sfida di Champions League agli ottavi di finale contro l’Arsenal: “Sicuramente la sconfitta bruciò molto - ha infatti affermato lo scorso anno in un Match Program dell’AS Roma -. Fu un doppio confronto particolarmente tirato, soprattutto al ritorno meritavamo di passare il turno. Giocammo in emergenza totale, con tanti giocatori a mezzo servizio. Ma, nonostante tutto, facemmo una partita commovente arrivando fino ai calci di rigore. Chiudemmo con una difesa inedita formata da me, Diamoutene, Riise e Tonetto. Una serata meravigliosa, con uno stadio coinvolgente. Se sono state le mie gare più belle in carriera? Ne ho giocate anche molte altre belle, ma quelle non sono male. Avevo un allenatore che mi dava fiducia come Spalletti, nonostante avessi solo ventitré anni. Contento di aver regalato alla Roma quel momento della mia carriera, forse uno dei miei migliori in assoluto”.

Resta quindi a Trigoria nella stagione 2009/10, in cui solo l’ostacolo Sampdoria impedisce alla società capitolina di cucirsi sul petto il proprio quarto Scudetto. Su quella gara, in cui però non compariva neanche nei convocati, Marco Motta è tornato a più riprese: “È un peccato non aver vinto lo Scudetto nel 2010. La sconfitta contro la Sampdoria fu una mazzata, una partita maledetta", ha poi dichiarato a La Gazzetta dello Sport, a cui ha anche regalato un commento sui suoi due tecnici giallorossi, vale a dire Luciano Spalletti e Claudio Ranieri: "Spalletti mi ha trasmesso tanto, come Ranieri. Mancini mi voleva al City, ma lui bloccò tutto. Era un martello, ricordo il derby in cui sostituì Totti e De Rossi all’intervallo”.

Al termine di quell’annata il suo cartellino arriva alle buste, dove l’Udinese lo riscatta per poi girarlo immediatamente in prestito alla Juventus, che lo riscatterà l’estate successiva. Resta un anno e mezzo a Torino, raccogliendo 32 presenze nella sua prima annata. Nella seconda stagione arriva invece a gennaio con 0 minuti disputati, e per quel motivo viene girato in prestito al Catania. Da qui inizia a girovagare per tutto lo stivale: 6 mesi in Sicilia, un anno a Bologna, 6 mesi alla base, cioè Juventus, e altri 6 mesi al Genoa. Alla fine, nel gennaio del 2015, dice addio all’Italia trasferendosi in Inghilterra, al Watford di patron Pozzo, che lo aveva già conosciuto ai tempi dell’Udinese.

In Inghilterra non lascia il segno, giocando solamente 9 partite con la maglia del Watford, con la quale conquista però la promozione in Premier League, e 12 con la maglia del Charlton, anch’essa squadra di Championship. Sulla sua esperienza inglese ha dichiarato: "Qui è un altro mondo. Gli stadi sono pieni e moderni e la gente applaude sempre la propria squadra, con rispetto. C'è un'altra mentalità, un qualcosa di diverso, che si trasmette di padre in figlio. Se c'è una differenza tra il calcio italiano e quello straniero? È fuori discussione che ci sia differenza - ha affermato a RMCSport -, soprattutto col calcio in Premier League. Fatta eccezione per alcuni allenamenti che facevamo alla Juventus con Conte, i ritmi nel nostro paese sono più tranquilli. In Inghilterra invece non ci sono pause, l'intensità è al massimo. Noi italiani siamo più preparati sulla gestione della partita, ma sulla corsa perdiamo la sfida con gli inglesi".

Dal giugno 2016 al gennaio 2017 resta svincolato, fin quando viene acquistato dall’Almeria, squadra di Segunda Division spagnola. Nei primi 6 mesi ottiene 15 presenze, meritandosi la riconferma anche per la stagione successiva. L’annata 2017/18 per lui è esaltante sotto il punto di vista dei gol, visto che ne realizza ben 3 sui 7 totali che ha segnato in tutta la sua carriera. Un piccolo record e una soddisfazione, prima di archiviare anche la pratica spagnola rescindendo il contratto con l’Almeria e salpando alla volta di Cipro.

Sull’isola del Mediterraneo Orientale scende in campo per 8 volte con la maglia dell’Omonia Nicosia, squadra della Capitale. Sulla esperienza cipriota ha raccontato: “Qui le squadre provano a giocare a calcio, anche con coraggio. Un esempio che si può fare è l’Apollon, che in casa ha battuto la Lazio in Europa League. La differenza sostanziale con i campionati europei più competitivi, a parte nella qualità dei calciatori, è l’intensità. Qui si gioca a un ritmo più basso rispetto a come si fa in Serie A, in Premier o nella Liga”. Non tre campionati, ma quantomeno tre nazioni in cui lui stesso ha giocato personalmente: “Ho girato tanto, un po’ per una scelta di vita e un po’ per altre circostanze. Stando all’estero ho apprezzato altri movimenti calcistici e ho imparato tre lingue diverse”. Lì in Cipro si trasferisce con tutta la famiglia al seguito, seppur la situazione politica del Paese non sia idilliaca a causa della divisione tra la parte meridionale e quella settentrionale dell’Isola: “È una situazione surreale - ha raccontato a Gianlucadimarzio.com -. Io vivo in centro, Nicosia è una bella città, ci sono diverse etnie. Ma mentre passeggi, da un momento all’altro, ci sono dei controlli tra le vie. E ti ritrovi a passare dalla parte turca della città. Sono cose che ti arricchiscono, vedi il mondo da un'altra prospettiva”.

Molto più recente, infine, è la notizia della sua firma con un nuovo club, il Persija Jakarta. Dopo essersi tuffato all’estero e aver provato anche l’avventura cipriota, Marco Motta ha quindi allargato ulteriormente i propri orizzonti, arrivando a giocare nella capitale dell’Indonesia, nel sud-est asiatico. L’ufficialità è arrivata il 13 gennaio del 2020: per lui solo il tempo di scendere in campo in due occasioni, prima dello stop ai campionati causato dal Covid-19. In un’intervista de Il Secolo XIX di 15 giorni fa ha dichiarato: “Il Coronavirus c’è, ma non ancora ai livelli visti in Italia. C’è un regime di self-quarantine, il governo ci invita a stare a casa, si studiano varie soluzioni come quella di portare gli ammalati su un’isola in un ospedale dedicato. Sto qui con mia moglie e i miei due figli, cerco di godermi la famiglia”. Sul campionato indonesiano ha poi aggiunto: “Si è giocato fino a metà marzo, a porte aperte. Noi abbiamo giocato l’ultima a porte chiuse, ma non per il coronavirus, solo per motivi di ordine pubblico, perché andavamo a giocare in casa di una squadra con uno stadio molto piccolo che non poteva contenere i nostri tifosi che sono tantissimi. Ora comunque è tutto bloccato fino a fine maggio. Io mi alleno da solo, in casa”.

Ma al di fuori del calcio giocato, quali sono le passioni di Marco Motta? Senza dubbio ama mettersi in gioco, proprio come si evince dalle sue avventure calcistiche. Per sei anni, ad esempio, ha avuto in gestione un negozio di sneakers. Ai tempi in cui lo gestiva ha dichiarato: “È un elogio al mondo dello sneakers, un incrocio fra la scarpa da tennis tecnica e quella elegante. Io e i miei soci ne siamo appassionati, è un posto da visitare. Perché? Abbiamo dei cimeli, come la prima scarpa da basket Jordan, poi dei pezzi vintage come la Reebok Pump, Spalding, calzature retrò. Spesso originali, alle volte rivisitate. E pure l’arredamento è particolare”. Dopo sei anni ha però smesso di collaborare con questo negozio: “Le scarpe per me sono una passione, ma poi il negozio l’ho venduto - ha infatti dichiarato -. Ora sta andando bene e sono contento, è stata un’altra esperienza di vita”.

Non solo scarpe, ma anche cibo e arte tra le sue passioni: “Provo a coltivare l’amore per l’arte, spesso visito delle mostre. Poi il cinema. E la gastronomia. Sono molto goloso, spesso io e la mia compagnia facciamo lunghi viaggi in macchina per trovare la connessione fra cultura, cibo e territorio. Abbiamo vissuto a Torino, spesso andavamo nella zona delle Langhe. Poi Franciacorta, Catania, Genova, Roma, Udine. Ho girato molto. Sì, sono posti in cui vanno molto i vini, ma io sono pressoché astemio. Lascio sbizzarrire la mia compagna, e tra amici dico che è una gran fortuna. Sono un atleta e, alla fine, non mi perdo niente. Non la vedo come una privazione”.


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