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Senza alibi, né parafulmini: le responsabilità dei calciatori

di Luca d'Alessandro
Fonte: L'editoriale di Luca d'Alessandro

Se una rondine non fa primavera, dopo una vittoria, il cambio di allenatore, non poteva cancellare i problemi della Roma. Ranieri non è mago Merlino, non ha la bacchetta magica. Così come tutte le colpe non potevano essere di Eusebio Di Francesco. Nel calcio a pagare per primo è l'allenatore, anche lui colpevole, ovvio, ma consapevole fin da subito che la stagione sarebbe stata difficile. Squadra costruita in maniera sbagliata, forti di una semifinale di Champions League che doveva essere un punto di partenza, non un punto di arrivo. Facile, dopo aver indebolito una squadra con scelte sbagliate in estate, immobilismo in inverno, prendere e andarsene come ha fatto il DS Monchi. Se Di Francesco era indigesto tatticamente ai calciatori, Ranieri e il suo giocare come sapete fare, senza troppe esasperazioni di pressing, un 4-4-2 scolastico, avrebbe dovuto rivalorizzare giocatori ritenuti tecnicamente, per blasone, superiori alla media dei colleghi della Serie A. Il 2-1 contro l'Empoli aveva ingannato fino a un certo punto. La non prestazione contro la SPAL, evidenzia, fondamentalmente i limiti tecnici e caratteriali di una rosa non all'altezza delle aspettative. Limiti già manifestati, forse sottovalutati per cui non si è corso ai ripari, oppure semplicemente irrecuperabili per essere calciatori di un certo livello. Ecco dunque l'ennesimo errore difensivo di Karsdorp, la prestazione incolore di Kluivert e Schick; un centrocampo che non crea gioco e non fa filtro; l'avversario di turno in crisi che risorge grazie alla Roma. Possiamo andare avanti col nervosismo, diventato cronico, di uno Dzeko, poco freddo in zona gol, irrequieto perché sente di dover portare la croce poiché molto, quasi tutto, passa, nel bene o nel male, dalle sue giocate. Anche stavolta c'è l'alibi del VAR. L'intervento di Jesus non sembra così violento da meritare la massima punizione. Va in scena il solito teatrino in cuffia tra arbitro e addetto a rivedere le immagini. Minuti persi, quando basterebbe che il direttore di gara andasse direttamente a rivedere i filmati. Alibi che non può dare scusanti a calciatori capaci di perdere la settima partita su ventotto in Serie A (otto i pareggi). Bisogna considerare i fatti, senza attribuire quel quid in più ai giocatori soltanto perché vestono la maglia della Roma. In attesa dell'ennesima rivoluzione a giugno, con una qualificazione alla prossima Champions League sempre più complicata. 


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