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Belotti: "Credo nella determinazione e nel lavoro: se ho mezza possibilità, mi ci butto con tutto il corpo. Dopo il gol al Salisburgo sono esploso"

di Marco Campanella

Andrea Belotti si è raccontato in una lettera dal titolo "Credo" uscita per Cronache di Spogliatoio. Di seguito, l'integrale della lettera: 

Prima di parlarvi di me, devo raccontarvi una cosa. Sfatare una volta per tutte un mito: perché mi chiamo «Gallo».

È la sera del 3 settembre 2012. Il mio amico Juri, come ogni sera, sta gestendo la sua clientela al Bar Cocktail di Calcinate, il paese in cui sono nato, in provincia di Bergamo. Lo ha aperto da qualche mese e le cose gli stanno andando bene. E proprio perché sta funzionando tutto alla grande, è nel weekend che il lavoro aumenta a dismisura. Talmente tanto che non è ancora riuscito a venirmi a vedere. Io ho 18 anni e gioco nell’Albinoleffe, in Serie C. I miei amici sono fissi lì, seduti ai tavolini all’esterno: un vero e proprio punto di ritrovo. Ci vai a fare un aperitivo, poi ti fermi a parlare.

Juri da piccolo giocava a calcio ed era davvero bravo. Ma ha una testa… insomma, Juri di cognome si chiama Gallo e il primo a esultare con la cresta è stato proprio lui. Segnava in tutti i modi, un vero e proprio bomber. Depositava il pallone in rete sui campi di provincia e correva a esultare mimando la cresta. Un «fuori di testa», pensavo.

Avevo dei capelli all’epoca… mamma mia… tutti sparati in alto. Quella era una cresta, altroché! Il Gallo Belotti è nato con la fede e cresciuto in oratorio. Per me, la casa di Don Sergio era un punto d’incontro: c’era sempre qualcuno che giocava a calcio, a basket, a pallavolo. Ci ritrovavamo lì, semplicemente, anche durante la settimana. Ricordo che la domenica, appena finiva il catechismo, andavamo in chiesa per la benedizione. E poi via, in campo. Ci posizionavamo nelle due metà e potevamo tirare senza oltrepassare il centrocampo. Ci si fermava anche per 3 o 4 ore.

Cioè, era proprio bello. Crescere in oratorio significa entrare in contatto con tante persone. Un modo diverso di trascorrere la giornata. La chiesa mi ha accompagnato: facevo il chierichetto e a casa i miei genitori mi hanno trasmesso fin da piccolo la fede. È un qualcosa che da sempre vive dentro di me. La preghiera prima di ogni pasto, la preghiera prima di andare a dormire. Io credo veramente: ognuno è libero di farlo con la potenza che vuole, non è un obbligo.

Ma per farvi capire: io ho due idoli. Il primo è Giovanni Paolo II: nessuno ha fatto quello che ha fatto lui, le sue gesta sono di gran valore. Il secondo è Don Sergio, il parroco di Calcinate: è una persona che ha il dono di farsi voler bene, perché oltre alla religione e alla fede mi ha trasmesso quei valori che reputo fondamentali, essendo il primo a giocare con noi e a mettersi a disposizione degli altri. Ciò che il Don creava in oratorio era davvero una magia. Penso che se ci fosse stato un altro tipo di Don, non si sarebbe creata la stessa alchimia. L’oratorio incarnava, al di là del credere, un plus nella mia vita. La sua casa era sempre aperta: televisione, PlayStation. Metteva la preghiera alle 6:30 di mattina, e alle 7 (!) apriva l’oratorio: il bar, il campo. Tutti, nonostante l’ora, andavano lì a fare colazione gratuitamente. E lo faceva per far vivere quel posto in ogni momento e dare a noi l’occasione di farne parte. Dai più piccoli ai più grandi.

Nella mia infanzia ci sono alcuni punti fondamentali. Uno è stato la morte di Giovanni Paolo II. Nessuno ha lasciato ciò che ha lasciato lui. Ero piccolo, ma ricordo che mio fratello è partito da Bergamo per andare fino a Roma, anche solo per potergli rendere un omaggio di 5 secondi. Questo fa capire quanto la mia famiglia sia legata alla fede cristiana e quanto lui fosse diventato un lutto in casa nostra. Era un punto di riferimento unico nel suo genere nel dare tutto sé stesso per gli altri. Ho avuto l’onore di incontrare Papa Bergoglio con la Nazionale, mi piacerebbe tornare a far benedire i miei figli.

Credo nella fede e nei valori.

Credo alla fedeltà e alla sincerità nei rapporti interpersonali. 

In ambito sportivo credo nel lavoro e, a volte, anche nel destino.

Credo nel gol, davanti alla porta.

Credo nella determinazione.

Credo nell’essere istintivo: faccio il lavoro più bello del mondo e allo stesso tempo lo amo follemente.

Credo che quando entro in campo, sono la persona più felice che ci sia. 

Credo che il pallone mi faccia esprimere tutto quello che ho dentro attraverso una passione forte.

Basta guardare come ho abbracciato Spinazzola dopo il gol al Salisburgo. Sono esploso, l’ho travolto: penso che si sia accorto che avrei potuto trascinarlo a terra, infatti mi ha spinto prima che potessi sbatterlo sull’erba!

Credo nell’abnegazione: se tu, ogni giorno, lavori per migliorare mettendo quel qualcosa in più, io sono certo che in partita in un modo o nell’altro verrai ripagato. In breve tempo, o nel lungo periodo, ma verrai ripagato. In campo sono testardo: tra i miei amici, sono arrivato soltanto io. Ma ricordo bene quando facevo gli Allievi Nazionali nell’Albinoleffe e rischiavo di essere tagliato fuori. Volevano lasciarmi a casa, mi dissero che avrei trovato poco spazio quell’anno. Mi misero davanti a una scelta: «Vedi tu, scegli e facci sapere. Potresti avere davvero un minutaggio bassissimo».

Non sapevano che io, se c’è anche una mezza possibilità, ma anche la metà della metà, mi ci tuffo dentro con tutto il corpo. Perché mi ci butto a prescindere, non voglio avere rimpianti. Non mi interessa il resto: a fine stagione fui il 3° del ’93 con più minutaggio, nonostante i ’92 in squadra, e l’anno dopo divenni capitano in Primavera.

Il nostro mondo è talmente strano che passi da essere l’ultimo considerato a essere il numero uno. Se avessi fallito? Magari avrei continuato con gli studi. Quel giorno, decisi di investire su me stesso. Quando sono arrivato all’Albinoleffe, facevo il mediano. Mi spostarono esterno sinistro. Fu mister Pala a trasformarmi in attaccante. Ha cambiato la mia vita con un’intuizione.

È stato anche l’artefice del mio approdo in Nazionale. Il ct dell’u-20, Evani, cercava attaccanti: Pala gli consigliò Belotti, che giocava nella Primavera dell’Albinoleffe. Da lì, il mio rapporto con l’azzurro non si è mai fermato fino alla notte di Wembley. Sono caduto a picco con le mancate qualificazioni ai Mondiali, ma ho pianto quando abbiamo vinto l’Europeo.

Qualcosa di unico.

Fin dal primo giorno, c’era felicità. Durante gli allenamenti, nessuno si tirava indietro. Durante le partite, ognuno era disposto a dare tutto per l’altro. C’era un entusiasmo atipico. Capimmo fin da subito che c’erano gli estremi per scrivere una pagina destinata a rimanere nel tempo. Il gruppo di giocatori era di livello, mister Mancini è stato bravissimo.

Ma ci tengo a dire una cosa.

Una persona fondamentale, per me, è stata Gianluca Vialli.

Ho in mente un momento. Una mattina, dopo colazione, arrivo al campo un’ora prima, pensando di non trovare nessuno. E invece c’era una persona che correva da sola.

Un’ora prima dell’appuntamento.

Era lui.

In quel preciso istante, ho pensato che nonostante tutte le difficoltà che stava passando, lui stava correndo. Con la sofferenza che aveva dentro, con i milioni di problemi che si portava dietro. Con la sua forza.

Gianluca era pronto ad aiutarti, sempre. Eppure era lui quello che aveva bisogno di aiuto.

Quando vedi una persona dare tutto quello, ti guardi dentro e senti che ti sta trasmettendo una forza devastante. Sono convinto che vivrà per sempre dentro di noi. Ci sono delle persone che hanno un dono: lui aveva quello di saperti entrare dentro. Ricordo che, io e lui, restavamo anche 5 ore a parlare. Io lo fissavo, imbambolato, osservando la sua bocca. Non volevi perdere neanche una parola di quello che ti diceva.

Era una grande persona.

Una squadra di amici, quella. Chi nato per difendere, chi per attaccare. Tutti nati per giocare uno con l’altro.

Io, in particolare, ho sempre reso felice il mio paesino con i miei gol. Sia per la felicità di esultare, sia per i salami che mia nonna mi regalava come premio dopo ogni rete. Si era creato questo rito, quando ero ragazzo, secondo cui dopo ogni mio gol, mia nonna portava al campo il pane e il salame. Finita la partita, tutti correvano in tribuna per mangiare. La cosa più assurda è che i genitori dei miei compagni speravano di vincere grazie a me solo per il salame! Il colmo è che finito il match, tutti andavano da mia nonna. Io, invece, dovevo farmi la doccia: arrivavo ed era quasi finito tutto!

La mia famiglia ha sempre cercato di alleggerirmi i momenti: belli o brutti che fossero. L’estate dei 100 milioni, il mio nome era da tutte le parti. Si leggeva «Belotti» ovunque. Probabilmente, all’inizio sono stato consigliato nel modo sbagliato. Ho avuto la forza di lasciar correre. Si diceva che era fatta con il Milan per 58 milioni, che dovevo andare a giocare la Champions League. Si parlava ovunque della mia valutazione, di quanto valesse Belotti, di cosa dovesse fare Belotti, di quale fosse l’opzione migliore per Belotti.

Credo nell’equilibrio. Questa è la storia del Gallo. Di Andrea.

PS: ho un quaderno qui accanto a me. Questa lettera voglio terminarla su un altro foglio. Ci scrivo una promessa: se a fine stagione riuscirò a esaudirla, ve la mostrerò.


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