Dalla Roma alle magie con il Torino: il rapido declino di Cerci, tra Henry, Robben e "il calcio che conta"
Talento da top player, troppa voglia di accontentarsi e paragoni penalizzanti. Difficile descrivere la carriera di Alessio Cerci in poche parole. Roma-Torino è anche la sua partita. L'amore negato e quello ritrovato, prima di perderlo definitivamente.
MAMMA ROMA - Nato a Velletri ma originario di Valmontone, Cerci ha iniziato a stupire tutti con il suo mancino nelle giovanili della Roma. Raggiunge presto la Primavera giallorossa, perde il campionato in finale ma si rifà l'anno successivo, battendo l'Atalanta a Lecce. Il futuro è suo, così come il soprannome: "Henry di Valmontone". Alla fine arriverà anche di peggio. Debutta nell'ultima gara di Capello sulla panchina capitolina, prima di iniziare un lungo giro di prestiti dal 2006 al 2009: Brescia, Pisa e Atalanta. Ma la svolta arriva in Toscana grazie a Gian Piero Ventura. Una promozione in Serie A sfumata proprio per l'infortunio di Cerci nel finale di stagione.
IL RITORNO E L'ADDIO - Torna finalmente alla Roma nel 2009, trovando spazio nelle prime due gare del campionato, le ultime di Spalletti. Arriva Ranieri, la Roma vola e lo spazio si restringe. Ci sono solo spezzoni e occasioni in Europa League, all'epoca obiettivo secondario per Totti e compagni. Alessio capisce che è tempo di dire addio ai colori con cui è cresciuto. Ecco allora l'occasione Fiorentina. In viola fa bene con riserva: 16 gol in due anni, tanta qualità e un bel feeling con Mihajlovic. Non a caso, nell'estate 2011, si fa sotto addirittura il Manchester City di Mancini. Cerci viene da un campionato importante sotto l'aspetto realizzativo, 7 reti, ma deludente a livello di continuità, visto che sono state segnate quasi tutte nel finale. Il rapporto con la piazza è freddo ma proprio quando sembra che stia per volare verso Manchester, cambia idea e rimane. Scelta non fortunata, visto che la Fiorentina cambierà addirittura tre allenatori.
IL TORO E IL "CALCIO CHE CONTA" - Rimanere a Firenze ormai è impossibile, così nel'estate 2012 sceglie il Torino, neopromosso, del suo mentore Ventura. È la svolta. Cerci in granata decolla, in un 3-5-2 disegnato per lui. Segna e fa segnare, con Bianchi prima e, soprattutto, Immobile poi che ringraziano. 21 gol nel biennio sotto la Mole, una qualificazione in Europa e un rendimento super. E un meritato posto al Mondiale, l'ultimo giocato dalla nostra Nazionale. Torino, il posto felice di Alessio nel mondo. "Robben mi ricorda Cerci", la frase del giornalista Pistocchi che condizionerà indirettamente il resto della carriera del classe '87. Ma però quanto quel "Addio Serie A, andiamo nel calcio che conta" pronunciato dalla moglie Federica il giorno del suo trasferimento all'Atletico Madrid, che lo paga più di 15 milioni di euro. In Spagna rimarrà appena sei mesi, poi tornerà in Italia, Milan e Genoa, ma non si rivedrà più il Cerci dominante di Torino, anche a causa di alcuni problemi fisici. Le puntate finali saranno solamente tristi tappe, Hellas Verona, Ankaragücü, Salernitana e Arezzo, prima dell'inevitabile ritiro a 34 anni non ancora compiuti. Un rapido declino. Oggi segue il calcio da fuori, fino a qualche anno fa giocava anche con Totti a calcio a 8. Con un rimpianto fisso: "L’unica cosa che non rifarei è andare via da Torino nell’ultimo giorno di mercato".