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Rocca: "Pronto ad allenare un club con la Squadra 25. Mi ispiro a Klopp"

di Luca d'Alessandro

Francesco Rocca, per tutti Kawasaki, è stato intervistato da Il Messaggero, questo uno stralcio della sua lunga intervista:

 

La sua carriera, di calciatore e tecnico, è stata spesso romanzata. Dove è finita la verità sul suo percorso in questo sport?
«Di falsità ne ho ascoltate, ma non rispondo. Mi interessa raccontare come vedo io questo mestiere e non quello che fanno gli altri».

Da quasi 3 anni è fuori dal calcio: perché?
«Ho deciso io. Stop, rinunciando al rinnovo che mi proposero Tavecchio e Uva. Addio alla Federcalcio dopo più di 30 anni».

Solista, però, sì. Conferma di aver giocato, in panchina, sempre in proprio?
«Certo. La responsabilità è mia e basta. Il mio staff è al massimo di tre uomini. Io, il mio vice e il preparatore dei portieri. Non delego a nessuno. Quando ho avuto la possibilità mi sono occupato anche dei portieri. Nella mia lunga esperienza con le nazionali ho sempre curato l'alimentazione. Ovviamente confrontandomi con i medici. Ma ho sempre deciso io. Nessuno con me è stato mai a dieta. E non ci sto nemmeno io. Carboidrati, pasta anche condita. Ho appena mangiato due cioccolatini. L'alimentazione, però, deve essere calibrata e mirata. Quando la sbagli, diventa tossica.

Previsione: quanto starà ancora fermo?
«Io sono pronto, ma l'età non mi aiuta. Ho solo una curiosità».

Quale?
«Allenare in un club. È più facile che in nazionale. In azzurro ho sempre avuto poco tempo. E accogli giocatori che non sono i tuoi e che arrivano con preparazioni differenti. Se invece il tuo piano è annuale hai la possibilità di programmare. E di dividere bene il lavoro».

Quale metodo porterebbe in dote?
«Si chiama Squadra 25. È la rosa ideale, con 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti, 4 attaccanti e 2 jolly. Il sistema di gioco è il 4-4-2. Il migliore per fare il pressing sui portatori di palla e sui centrali difensivi. Linee strette, assetto cortissimo. Ma si possono usare altri moduli. Il giocatore deve dare la disponibilità per qualsiasi ruolo».

Come fece Rocca con Liedholm nella Roma?
«Sono cresciuto ala, ho fatto il mediano e mi sono ritrovato terzino. Decide l'allenatore, non il calciatore. Mi arrabbio quando sento un giocatore dire che in quel ruolo non si trova e non dà il meglio...».

Il calcio più bello?
«Quello dell'Olanda. L'Ajax di Kovacs e la loro nazionale. Solo calciatori completi: Jongbloed, Suurbier, Krol, Neeskens, Rijsbergen, Haan, Rep, Jansen, Van der Kuylen, Cruijff, Van Hanegem, Van der Kerkhof, Rensenbrink».

Quale allenatore avrebbe oggi di riferimento?
«Nel metodo, quello che più mi è vicino è Klopp. Qualche giocatore mi ha raccontato come lavora. Fa quello che piace a me. E si vede dall'atteggiamento del Liverpool in campo».

Di che cosa va fiero?
«Di aver puntato solo sulla meritocrazia. Così ho sempre allenato, cercando di far esprimere al meglio i miei calciatori. Pensando alla loro salute, come non è stato fatto con me: mai ho restituito un calciatore a un club con un infortunio muscolare».


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