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Dacourt: "Stasera la Roma deve fare la partita. Mi dispiace non aver vinto la Coppa Italia, ho perso tre finali"

di Marco Rossi Mercanti
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Olivier Dacourt, doppio ex di Inter e Roma, è stato intervistato dall'AS Roma Match Program:

La Roma va a Milano, un big match dove si trovano faccia a faccia due formazioni in un buon momento, ma entrambe vorrebbero i tre punti. Che partita sarà?
“Difficilissima, l’Inter sta facendo benissimo sia in campionato sia in Champions League. La Roma è al quarto posto e lo vuole mantenere. È una squadra che sta crescendo un po’ alla volta”.

Come va affrontata la partita?
“L’Inter è pericolosa dappertutto, ma non bisogna avere rimpianti, la Roma deve andare lì per fare risultato. Se sta lì ad aspettare è sicuro che prendono un gol. Devono fare la loro partita. L’Inter sta vivendo un buon momento, hanno tanta qualità in campo e anche in panchina. E in alcune gare la panchina ha fatto la differenza”.

Qual è il suo pensiero su Antonio Conte?
“Conte ha portato entusiasmo al gruppo e lo sapevamo che sarebbe successo. Quando lo vedi in panchina è carico, trasmette entusiasmo e rabbia ai suoi giocatori. È un ottimo tecnico per l’Inter”.

Potrebbe essere la giocata di un singolo a risolvere la partita?
“Sono le piccole cose che fanno la differenza in queste gare. Un errore anche minimo può portare al gol. Una punizione o un rigore diventano molto importanti per andare in vantaggio. Una volta sbloccata la partita, sull’1-0 poi non sarebbe più la stessa partita. L’Inter sarebbe obbligato ad attaccare e il loro gioco migliore lo propongono quando aspettano e poi colpiscono in contropiede, non quando rincorrono. Nella gara contro la Juventus non meritavano di perdere, quando hanno voluto alla fine attaccare poi hanno preso un gol”.

Il lavoro di Fonseca a pochi mesi dal suo arrivo dà già i suoi frutti, cosa pensa del mister?
“Non lo conosco abbastanza, però sta facendo un lavoro eccezionale. È andato via De Rossi, un mostro all’interno della squadra e per lui non deve essere stato facile. Io non sono dentro alla squadra, ma sembra evidente che c’è un bell’ambiente, un gruppo ben unito. Si vede che sta lavorando su tutto il gruppo”.

In squadra c’è un centrocampista francese che cresce di partita in partita, Veretout.
“Lo conosco bene, lo scorso anno ha fatto bene a Firenze e veniva dal Nantes. È bravo, e fa bene a pensare solo a giocare e non lasciarsi contagiare da quello che si dice intorno. Credo e spero che tra poco andrà in nazionale, la nazionale per noi è molto importante, e per essere convocato devi giocare come sta giocando Jordan in questo periodo. La sua fortuna è stata andare prima alla Fiorentina, ha potuto conoscere il calcio italiano, imparare un po’ la lingua. Roma è difficile come piazza. È già dentro il sistema e può far vedere le sue qualità, anche sui calci da fermo”.

Perché a Roma c’è tanta pressione?
“Tantissima (ride, ndr). Quando vinci è un problema e quando perdi è peggio, è una città complicata. A Roma c’è un ambiente difficile, per un calciatore è difficile lavorare con tanta pressione addosso. Chi gioca bene con la Roma, può andare a giocare dappertutto”.

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Quali sono le squadre che si contenderanno i primi quattro posti in classifica?
“Juventus, sicuro se la giocherà fino alla fine. Poi Inter, Roma e il Napoli si riprenderà. Poi Lazio, Milan non lo so. Anche l’Atalanta lo scorso anno ha fatto una grande stagione, ma non è facile ripetersi per le piccole, le grandi invece non sbagliano un colpo”.

In giallorosso qual è stato il momento più bello?
“Il gol contro la Juventus… non amavo quella squadra. È stato il primo gol in Italia, il primo con la maglia della Roma. Per noi era una partita molto importante”.

E un rimpianto dei 4 anni passati a Roma?
“Mi dispiace non aver vinto la Coppa Italia, ho perso tre finali. È l’unico rimpianto che ho”.

Perché quella squadra, che era obiettivamente forte, non ha vinto?
“Il problema a Roma è che quando le cose vanno molto molto bene, la gente pensa già di avere vinto. In quelle quattro stagioni abbiamo perso tante partite perché pensavamo di averle già vinte prima di scendere in campo, troppo sicurezza. Il tutto dovuto e amplificato dall’ambiente intorno”.

Torna volentieri a Roma?
“Sì, mi godo adesso la città di Roma, molto più di quando giocavo. La città non è bella, ma bellissima. Già quando ero all’Inter quando avevo un paio di giorni liberi venivo nella Capitale”.

Come mai è finito all’Inter?
“Volevo vincere. Tante squadre mi volevano, era facile andare a vincere alla Juventus, ma ho scelto i nerazzurri perché non vincevano da 17 anni. Per me era una sfida. C’è stato anche un piccolo segno, la mia maglia era la numero 15. Anche a Roma avevo quel numero sulle spalle. Quando sono arrivato a Milano la ho voluta mantenere a tutti i costi perché l’Inter aveva già quattordici scudetti in bacheca. Durante i festeggiamenti sono venuti tanti miei parenti dalla Francia e mi chiedevano come mai fossi tanto amato che tutti avevano la mia maglia… invece si festeggiava il quindicesimo scudetto”.

In panchina c’era Mancini, oggi alla guida della nazionale italiana.
“Sì ho avuto due anni Mancio in panchina. È stato bravissimo a gestire la squadra che eravamo. Non era facile perché c’erano tanti campioni e per mettere solo undici nomi in campo dovevi avere gli attributi. Per me non è stata una sorpresa quello che sta facendo con la Nazionale, è stato un grande giocatore e oggi è un allenatore di grande personalità. Ha anche fatto delle scelte forti, se pensiamo a Balotelli. Lo ha lanciato come giocatore, lo ama umanamente. Ma le scelte di calcio non si fanno con la razionalità, così è il calcio. È molto bravo”.

Lavora sempre in televisione?
“La domenica lavoro nel canale sportivo più visto, Canal Football Club. E poi mi occupo di fare dei documentari, dei film. Ultimamente ho lavorato a due film, uno sul razzismo e un altro sull’uomo che c’è dietro al calciatore”.

A proposito di razzismo, cosa si può fare, secondo lei di concreto?
“L’unico modo per colpirlo è dare un segnale economico. Se ad una squadra togli dei punti la colpisci, ma mai tanto quando la penalizzi economicamente, se le togli i soldi… fa male al portafoglio. È una punizione che colpisce. Lo stadio non è il luogo della diversità, tutti sono uguali”.

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