De Sisti: "La sensazione è di grande tristezza"

16.05.2019 15:13 di  Redazione Vocegiallorossa  Twitter:    vedi letture
De Sisti: "La sensazione è di grande tristezza"
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© foto di Chiara Biondini

Giancarlo De Sisti, grandissimo ex di Roma e Fiorentina, ha parlato ai microfoni di Soccermagazine.

Lei è stato un giocatore storico della Roma e in questi giorni non si fa che parlare dell’addio di De Rossi alla maglia giallorossa. Quali sono le Sue sensazioni in merito?
«La sensazione è di grande tristezza perché non è solo un giocatore della Roma, è un giocatore speciale, dopo Totti è il rappresentate più realistico e più importante della storia recente della Roma. È un’anima pulsante, un ragazzo innamorato della sua squadra, della sua città, dei suoi tifosi. È un po’ più di un giocatore che smette, quindi intristisce in qualche modo. Sono d’accordo con tutti quelli che lo hanno considerato un giorno triste al pensiero che possa andarsene via».

Paradossalmente, il CT Mancini sembrava puntare ancora su De Rossi in quanto disse di volerlo convocare per gli appuntamenti più importanti. Secondo Lei la parentesi con la Nazionale potrebbe considerarsi aperta se De Rossi giocasse in America?
«Se sta bene fisicamente può essere utile, specialmente in partite che come reputa Mancini siano da considerarsi di alto lignaggio, in cui servono esperienza e la capacità propositiva e interdittiva. Nel momento di splendore, qualche anno fa, nella Roma e in Nazionale si è dimostrato un frangiflutti di livello mondiale».

In queste ore è stato tirato in ballo anche Totti, dato che come dirigente non sarebbe riuscito a favorire il rinnovo di De Rossi. Cosa pensa del ruolo dell’ex capitano in società?
«Penso che Totti dovrebbe essere un comandante, uno che decida. Se non ha queste funzioni è perché evidentemente non glielo lasciano fare. Secondo me non soltanto il tifoso innamorato, ma anche chi è ai margini e razionalizza penserebbe che un modo di vedere del calcio ai livelli suoi sarebbe naturalmente un patrimonio incredibile su cui lavorare. Però può darsi che lo faccia senza occupare un posto prestigioso. Certo che, però, io Totti lo vedrei presidente!».

I tifosi si stanno lamentando soprattutto per la presunta assenza di Pallotta, col quale lo stesso De Rossi ha detto di doversi ancora confrontare. Quanto è diversa questa società da quella dei Suoi tempi?
«Radicalmente è diversa, adesso non ci sono confronti da poter fare. È tutto cambiato, sul campo, dietro alle scrivanie, nel modo di pensare, nella televisione. È cambiato tutto. Una volta l’El Dorado era l’Italia, poi è diventata la Spagna dove tra l’altro anche fiscalmente c’erano meno impegni, poi è diventata l’America, poi è diventata la Cina. Insomma, dove giravano un sacco di soldi, ma i campionati non sono stati sempre gli stessi. Adesso nel campionato italiano abbiamo questo modo di fare, non c’è più neanche tanto l’identità. È vero che c’è il senso dell’Unione Europea che magari aiuta o comunque permette l’integrazione a tutti i livelli, quindi anche nei calciatori, però fa strano addirittura quando ti accorgi che c’è un romano che gioca nella Roma o nella Lazio, o un prodotto di casa, o un presidente. Non succede solo a Roma perché quelli che hanno evidentemente possibilità economiche e entusiasmo per farlo non si trovano dietro ogni angolo, però qualche cosa di buono l’hanno fatto questi dirigenti e il presidente di adesso, anche se poi viene contestato duramente.
Si sarebbe potuto pensare anche a un De Rossi a mezzo servizio, nel senso che con i disagi fisici che prova naturalmente non potrebbe essere idoneo per tutte le partite, però già solo dire “Io ce l’ho” è un fenomenale punto di riferimento per i giovani, per la squadra, per la gente. “Lo faccio giocare 15 partite se ce la fa”, che c**zo vuol dire? Mica deve giocare tutto un campionato intero. Certo, con i problemi che ha… Però è tutto diverso rispetto a prima, è improponibile un confronto con le condizioni che c’erano quando giocavo io, a cominciare dai palloni. Adesso magari sarei forte pure io con ‘sti palloni».

Date le premesse, crede che Florenzi riuscirà a rimanere a lungo alla Roma?
«Ma io lo spero, anche perché credo che comunque il tifoso si identifichi. Questo senso di appartenenza, che è qualcosa che riempie la bocca nel dirlo, credo che sia una componente in cui si configura tutto l’amore della gente e della squadra stessa nei momenti particolari. Adesso le sirene economiche ti portano chissà dove, insomma. È un ragionamento che io non ho mai potuto fare. È vero che a suo tempo ho avuto anch’io squadre di altissima classifica che mi avevano inseguito, però allora c’era il vincolo. Io non posso fare la proporzione perché io ho smesso nel ’79 e diciamo che la libertà è arrivata dopo l’80. È diverso».

Per assurdo, anche l’altra sua ex, la Fiorentina, sta vivendo una situazione come quella giallorossa, dato che nessuna delle due squadre potrebbe andare in Europa e si ritrovano con un presidente contestatissimo. Ad oggi chi vede messa meglio tra le due per l’immediato futuro?
«Andando avanti nel tempo ho considerato che per motivi diversi l’amore per la Fiorentina e quello per la Roma erano in ugual misura, perché uno raccontava le radici, l’altro i successi. I successi che hanno contraddistinto il periodo migliore della mia carriera, dai 22 ai 31 anni, nella parabola in cui ci esprimeva al massimo, sono stato a Firenze. Quindi è normale che abbia riscontrato maggiori successi in Toscana. Chi sta peggio? È dura. Sono stato adesso 4 giorni a Firenze per i festeggiamenti del secondo scudetto in cui io ho partecipato e ho avvertito un senso di malessere profondo nei rapporti tra la gente e la dirigenza. Il raggiungimento dell’obiettivo o di una parte dell’obiettivo si è complicato e quindi vedo entrambe nella stessa maniera: maluccio. Sarà determinante anche vedere cosa diranno questi 180 minuti alla fine, ma penso che a grandi linee le cose siano già stabilite».